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Make time to dance alone with one hand waving free.

16 agosto 2016

E siccome sono una che prende molto in parola certi inviti, ho fatto anche questo: passeggiavo per Regent’s Park, c’era il sole e non faceva caldo, era un normalissimo giovedì mattina, praticamente nessuno in giro. Ho infilato le cuffie, aperto Spotify, scelto una canzone adatta e dato inizio alla mia performance. Ho ballato da sola in mezzo al parco, con una mano che si muoveva libera nell’aria, esattamente come mi sentivo libera in quel mattino preciso e perfetto (e come dicono in questo film, che è uno dei miei preferiti).

Quelli che Maria Silvia definirebbe “un momento da chiudere in boccetta e avvitare bene il tappo”, che sono poi questi pezzi di vita in cui tutto è incastrato meravigliosamente e non c’è bisogno di altro, magari sono solo frazioni di secondo o pochi minuti, ma vanno davvero conservati con cura, da riaprire e riassaporare quando ci sono invece le fasi di tristezza, frustrazione, vuoto (e quelle, invece, chissà com’è, ce ne son sempre e durano).
Ho avuto tanti momenti da chiudere in boccetta in questa vacanza inglese, la mia prima vacanza quasi da sola, eccezion fatta per la splendida e fondamentale partecipazione del mio amico Leonardo, senza il quale, da oltre vent’anni e non solo stavolta, tante cose non sarebbero così belle.

Io la penso così, ed è un pensiero che mi arriva da molto lontano, abbiate pazienza: se fai qualcosa da solo è perché nessuno ha voluto farla con te. Poi in realtà ogni volta che mi capita vengo smentita da me stessa, ma un pensiero che arriva da molto lontano ha radici profondissime ed è solo con tanta pazienza che si riesce a metterlo da parte. Quindi, come spesso mi impongo di fare: terapia d’urto. Ho lasciato a Bologna i miei lavori, i miei malumori, i disastri sentimentali ma soprattutto le mie paure.
Viaggiare sola, anche se parzialmente e non tutti i giorni, mi ha permesso di dimostrare a me stessa che posso farcela, che non sono dovuta restare a Gatwick perché non ero capace di prendere un treno, che so parlare inglese, che se un giorno mi punge vaghezza di andare a visitare la Doctor Who Experience a duemila km da casa mia chi sono io per non farlo, che a stare soli non si soffre di malinconia, che le distanze geografiche sono spesso anche distanze emotive, che guardare la propria vita da un’altra prospettiva serve a fartela rivalutare (ma anche in negativo, perché adesso io vorrei tantissimo vivere là e non più qua, ma questo varrebbe un altro post). E vi dirò di più: quando, la sera, mi ritiravo nella mia stanza, ripensavo a tutto quello che avevo fatto -perché muoversi da soli permette di fare almeno il quadruplo delle cose che si riescono a fare in gruppo, è un fatto fisiologico eh, niente di personale- ed ero fondamentalmente orgogliosa di me e di ciò che stavo facendo, la mia autostima mi imponeva di guardarmi in faccia e di accettare di essere quel qualcosa in più che non tutti sono in grado di essere, senza rompere troppo le palle coi miei vittimismi come faccio sempre.

Se vi dicessi che sono tornata a casa molto motivata a cambiare alcune cose e che ho tanti progetti per la testa, userei un cliché visto e stravisto e poi davvero, io sono tornata e chiaramente sono la stessa di prima, faccio le stesse cose di prima, non è che ho avuto un colpo di testa: tra l’altro i miei problemi stavano lì ad attendermi, così come le paure e i disastri sentimentali. Ma almeno adesso so che quando voglio prendermi una vacanza da tutto questo, ho una nuova opzione: ho già con me una nuova compagna di viaggio, devo solo decidere… prossima meta?

LdC

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