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Kick your heels off and put your boots on (Nashville).

24 Giugno 2015

Nashville-collageSe vi state chiedendo se c’entra la serie TV, la risposta è ovviamente sì.
Sono talmente addicted da aver deciso di passare da Nashville -ed effettuare una significativa deviazione del percorso- nel momento in cui ho iniziato a guardare l’omonimo telefilm, quello con Rayna James e Juliette Barnes.
Sono cretina? Ho sedici anni? Un po’, entrambe.

Anche in questo caso hotel al limite dei Confini della realtà, che poi alla fine non ci è mica mai successo niente, perché se c’è qualcosa di bello in una grande città è che tutti, nessuno escluso, si fanno generose badilate di fatti propri, non degnano gli altri praticamente di uno sguardo, delinquenti inclusi.
Comunque ho fatto benissimo a scegliere di passare da Nashville, voglio che lo sappiate.
Perché è una città eccezionale e, se piace la musica, qui ci si toglie proprio la voglia.

La prima sera, come sempre fiduciose e giulive, camminiamo 3 kilometri e sotto l’occhio severo del grattacielo dell’AT&T, ribattezzato “quello con le corna” e  seguiamo ipnotizzate come topolini dietro al pifferaio magico un suadente blues che proviene dal BBKing’s (l’omonimo artista verrà a mancare la settimana successiva, con sommo dispiacere di tutti): si rivelerà una ottima scelta perché non solo ci verranno regalati bellissimi bicchieri come souvenir, non solo ci verranno chiesti i documenti per somministrarci gli alcolici che fa sempre bene all’ego, ma soprattutto perché faremo la conoscenza di un simpatico avventore ottuagenario che ci presenterà nientemeno che Tony Coleman, che noi banalmente non sappiamo neanche chi sia, ma adesso sì che lo sappiamo.
E sappiamo anche cosa sono capaci di fare, lui e i suoi amici, su quel palco.

Io non so come rendere l’idea del clima.che.si.respira.qui.
Tutto è musica. Tutto è incredibilmente Tennessee.

Per questo non ho consigli su locali da frequentare o meno, perché ci siamo infilate veramente in ogni buco da cui provenisse musica, tintinnio di vetri e risate. Abbiamo mangiato degli ottimi pomodori verdi fritti bevendo un cocktail dolcissimo e stucchevole al Bourbon Street Blues & Boogie Bar, ci siamo smezzate un hamburger di bisonte al Silver Dollar Saloon ascoltando un cantautore country triste, abbiamo coccolato gatti proprietari di negozi, abbiamo scambiato birra per sidro in un locale di cui non ricordo il nome ma l’hashtag è #gladtobehere e abbiamo soprattutto guardato stivali, stivali, stivali e ancora stivali, stivali, stivali dai prezzi improponibili (gli unici abbastanza abbordabili sono chiaramente finiti in valigia).

Altro? Fatemici pensare… sono tornata da oltre un mese, la memoria comincia a vacillare e mi aiuto con le foto, abbiate pazienza.
Sì, c’è altro. Museo di Johnny Cash e Bluebird Café.

Il primo si spiega da solo e, per quanto mi riguarda, è stata un’emozione particolare perché amo la sua musica da un po’ di anni, anche se non tantissimi in verità, ovvero da quella volta in cui il mio amico Andrea mi fece l’esegesi del testo di Man in black (culto che ho immediatamente abbracciato) e da quando il mio ex mi parlò della storia d’amore con June Carter, che sembrava tanto una roba destinata a bruciarsi in fretta e alla fine è durata più della nostra, va mo là.
(e sì, siamo anche passate da Jackson, se ve lo state chiedendo)
Il Bluebird Café invece mi ha un po’ deluso, non tanto perché è molto meno esotico e mistico di quel che sembra nel telefilm di cui sopra, ma anche perché se la tirano. Sarà che a Bologna (e in Italia, in generale) non c’è la stessa cultura della musica e lo dico con accezione negativa, perché negli USA gli artisti e i musicisti sono veramente considerati come è giusto che sia, e la musica è reputata un lavoro anziché un hobby come da noi… tuttavia il clima molto impegnato, a volte troppo, come in questo caso, fa sì che la musica venga vissuta un po’ come un’esclusiva per pochi, il che significa lasciare fuori dal locale quattro persone perché si è raggiunto il massimo dei posti a sedere (capite, quattro, non quaranta) e forse l’esagerazione non va mai bene né in un senso né in un altro. Però la t-shirt non me la son fatta sfuggire, ho bussato al vetro finché non me l’ha venduta, e che diamine.

Ma ora basta parlare di musica perché so che siete arrivati tutti in fondo al mio noiosissimo post solo per sapere della carne marinata nel Bourbon: provate a negare!
E io vi delizio, ci mancherebbe altro, con la ricetta del Cajun Ribeye.
Provatela a casa e, se vi va, invitatemi, così vi dico se assomiglia a quella cosa deliziosa che abbiamo mangiato nell’amena località di Johnston.

Prossimo episodio: Memphis, Graceland e l’arrivo a New Orleans.
Ormai il viaggio comincia ad approssimarsi al suo epilogo ma, fidatevi, c’è ancora molto da raccontare.
Stay tuned.

LdC

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  1. E’ sempre un piacere leggerti.
    Attendo con ansia il post su Memphis perché una delle cose che vorrei fare, prima di dare un calcio al secchio, è una passeggiata in Beale Street.
    Gischio

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