La monogamia è un esercizio quotidiano di grande, grande, grande forza.

Sottotitolo: non sarei una brava fedifraga.
Sotto-sottotitolo: cose che, se me le inventassi, non sembrerebbero così assurde.

Antefatto: il primo giugno farò una presentazione all’enoteca della Festa de l’Unità di Castenaso con l’ottimo collega scrittore e amico Massimo Vitali. Fin qui, niente di nuovo sotto il sole.
(però segnatevi la data, intanto)
Sta di fatto che, per meglio organizzare lo svolgimento delle attività, sono stata invitata a partecipare alla riunione operativa con gli organizzatori della Festa, l’esperto di vini che coordinerà le degustazioni e uno dei fornitori. In un posto meraviglioso e cioè qui.
(da me ribattezzato “Il paradiso dell’etilista”).
E, fin qui, ancora niente di nuovo sotto il sole.

Premetto una cosa importante: il mio paziente fidanzato mi ha accompagnata ed è rimasto quasi tutta la riunione. Fattasi una certa ora è dovuto scappare per i suoi doveri di musicista, lasciandomi sola con l’esperto e il fornitore. Bon, fine della premessa.

L’oste, avvicinandosi l’orario di apertura, è dovuto a sua volta scappare per adempiere ai suoi doveri di gestore del locale e siamo così rimasti io e M., che chiameremo convenzionalmente L’esperto. Ora, M. è un ragazzo squisito, intelligente, acuto e con un sacco di cultura enologica e mi è sembrata un’ottima idea restare a cena con lui in questo meraviglioso posto. Una cena di lavoro, niente di più. E si doveva pur mangiare, prima o poi. Che sia chiaro che né a me né al mio commensale interessava reciprocamente qualcosa dell’altro, se non nel senso stretto dell’enologia e della letteratura e della Festa de l’Unità: lo specifico perché ha un’importanza basilare, nella storia.

Come sempre io, piccola e ingenua fiammiferaia, non avevo capito quanto fraintendibile potesse diventare il contesto (locale molto bello, cena a due, persona mai vista prima, provincia di Bologna che normalmente non frequento), ma me ne sono accorta quando all’incirca a metà della cena ho sentito la sensazione di una decina di occhi puntati su di me: mentre ero presa dalle conversazioni e da -devo ammettere- un’ottima bottiglia di Nero D’Avola, non avevo realizzato che nel locale erano entrati, uno dopo l’altro, i miei amici Ruggero, Max, Alby, Valter e una serie di altri conoscenti, che abitano da tutt’altra parte e che avevano prenotato un tavolo proprio lì e proprio quella sera per un addio al celibato e che ora mi stavano guardando, a metà fra l’imbarazzato e l’incredulo. Capite che dire «è per lavoro!» non ha fatto altro che peggiorare la situazione e hai voglia a spiegargli che fino a mezz’ora prima Lorenzo era presente. Abbiamo detto di tutto per farci credere, solo che come si dice a Bologna, più la mescoli e più puzza, quindi non sono sicura fino a che punto i miei amici siano ancora perplessi sull’argomento.

Ora, non era questo il caso, ma capisco che nella vita a volte accadano cose strane. Una persona pensa di avere la propria esistenza che scorre serena su un bel binario senza grosse curve, quando *ecco* spuntare nel luogo e nel momento più impensabili, un’altra persona con cui si sente affinità elettiva. Ora, a questo punto se non avessi 36 anni, se non avessi mollato il mio ex prima di sposarci perché allora di anni ne avevo 23 e mi andava ancora di grufolare in giro (salvo poi essere stata alla mercè dei più grossi pezzi di merda per i successivi nove) e se non sapessi che stare insieme tanto tempo alla stessa persona è un esercizio pesissimo, andrei in giro professando Va’ dove ti porta il cuore. Ma vi svelo un segreto e cioè che non è così che gira il fumo perché è semplice arrivare d’amblais nella vita della gente e sembrare interessantissimi… d’altronde chi ci conosce? Chi sa che a volte ci puzzano i piedi o che tendiamo a raccontare sempre le stesse storie? Essere la novità è il 99% dell’appeal, in questi casi. Ma se andiamo a guardare chi abbiamo di fianco, che ci sostiene e ci supporta e ci ama non per quello che pensa che siamo, ma per quello che sa benissimo che siamo (quindi anche delle petulanti rompicoglioni), mi domando: vale la pena sacrificare questo per l’effimera soddisfazione di piacere a qualcuno?
Per quanto mi riguarda, la risposta è un categorico no.

Tu dormi e non pensare ai dubbi dell’amore, ogni stupido timore è la prova che ti do.

LdC

Le facili ricette della Sora LdC.

Oggi vi racconterò la storia di una frittata che ha avuto una possibilità e ne ha approfittato.

Alcune sere fa ho deciso di porre fine alle sofferenze delle tre uova in scadenza per il giorno successivo e all’ultimo ciuffo di rucola che faceva loro compagnia dentro al frigorifero, inventandomi lì per lì una frittata. Il fatto che poi sia lievitata fino a diventare un soufflé è un fatto che tuttora non riesco a spiegarmi, ma lo vedete anche dalla foto che non sto inventando. Forse perché ho leggermente montato le uova?
Boh.
Confesso che in realtà non si tratta di una frittata vera e propria, perché l’ho cotta al forno: a me non piace friggere perché non è particolarmente sano né light, ma soprattutto detesto l’odore che si attacca ovunque. Ma andiamo per passi.

Ingredienti del Soufflé per caso:
3 uova
verdure che stanno morendo in frigorifero
cipolla tritata
aromi a piacere (io ho messo pepe e peperoncino)
sale q.b.

Montare con la frusta le uova finché non hanno creato una schiumina abbastanza vaporosa (io e i termini tecnici non siamo amici, abbiate pazienza), dopodiché aggiungere le verdure e la cipolla che avete precedentemente tritato.
Aggiungete un pizzico di sale e infornate per una ventina di minuti.
Se cresce, bene. Se non cresce, è buona lo stesso.

LdC

Terremotati.

«Ok, il terremoto. Si mangia?»

Non potevo non fissare il terremoto sul mio diario online, a futura memoria di quella volta che ci siamo alzati nel cuore della notte e Lorenzo diceva No ma non è il terremoto
(e che cosa sarebbe, invece, amore mio?)
e i gatti dormivano beati e io perdevo leggermente il mio proverbiale self control in una scena da Niente panico, ok panico.

In realtà, ci è successo nulla.
(non è andata così bene a tutti, però)

LdC