Diari della quarantena

L’essenziale non è invisibile agli occhi, è che proprio non ce ne frega un cazzo.

20 Aprile 2020

Ho deciso di alternare i Diari della Quarantena con qualche titolo diverso, anche perché ho festeggiato il primo mese e che sono in quarantena e tengo un diario ormai si è capito, così direi di andare avanti in questa “fase 2”, anche se nella realtà è ancora un po’ lontana ma secondo me, almeno a giudicare dal rumore del traffico, ormai le persone la stanno già un po’ testando, seppur in modo non ufficiale.

Se tutti facessero così, mi rendo conto che ci sarebbe l’anarchia, ma dopotutto non siamo fatti allo stesso modo e non percepiamo le regole allo stesso modo, specie quando (va detto anche se sono fan di Giuseppi dell’ultima ora) non sono proprio così chiarissime. Sta di fatto che alcuni giorni fa sono stata in banca e ho scelto di andare a piedi per avere una scusa e alzare leggerissimamente le chiappe dalla sedia/divano/letto/whatever orizzontale: non solo per tutto il tragitto mi sono sentita in pericolo di contagio – e quello che correva e quello che andava in edicola e quello che andava dal fruttivendolo e quello che apriva l’auto e quello che girava in bici sul marciapiede (tantissimi, ma che cosa avete contro le ciclabili santodio) – ognuno con la sua giustificazione ma, diciamocelo, tutti potenzialmente untori. Per rincarare la dose, oltre all’assoluta e totale assenza di serenità con cui mi sono fatta la passeggiata, una volta rientrata in casa mi sono sentita in colpissima perché non avrei dovuto, forse non era un motivo sufficientemente serio, forse avrei potuto prendere l’auto e rischiare meno, oddio se poi mi ammalo, aspetta che mi provo la febbre…

Diciamo che se fossero tutti come me, non avrebbero mica dei gran problemi a non farci gironzolare.

Ma veniamo alle liste di cose, che mi piacciono tanto. Che cosa ho fatto, scoperto, imparato, smesso di fare, detto, in questo ultimo periodo? Cosa c’è di nuovo?

Ho imparato a esercitare la tolleranza verso me stessa e i miei limiti.

Non sono diventata ricca, ma se avessi avuto un centesimo per ogni volta che mi sono sentita inadeguata verso qualcuno che sta vivendo una quarantena più cool della mia, lo sarei diventata.

Ho capito che certa gente pure in quarantena deve mostrare in qualsiasi modo di essere più: intelligente, magra, figa, fortunata, guru, sentimentalmente gonfia e professionalmente appagata, insomma fare la gara a chi è più uno stocazzo. E siccome il limite di questo periodo storico è che nel 99% dei casi la gente la si incontra sul web, è difficile pesarli con la solita tara di normalità con cui poi li vedi in giro.

Per questo mi sto allenando a perdonare le miserie altrui.

Poi ho scoperto che non essere virologi o aspiranti Presidenti della Regione (o del Consiglio, a seconda di chi fa la conferenza stampa) è bellissimo, perché solleva da ogni necessità di scrivere dappertutto la propria opinione. Spoiler: se loro sono lì e noi siamo qua spesso c’è un motivo alla base, fidati.

Poi sto cercando di tenere il mio ego indietro un passo: è chiaro che preferirei che le misure adottate in questo difficile momento facilitassero per prime le cose che interessano a me, ma sempre vedendo l’esempio delle altre persone sto provando a non guardarmi solo l’ombelico perché è ovvio che si va a maggioranza e se non capisci che lo stanno facendo per il tuo bene e non per farti un dispetto, ma cosa devo stare qui a spiegarti.

Inoltre sto apprendendo la difficile arte della convivenza con la paura.

Sapevo già da tempo che affrontare le paure equivale a farne un proprio strumento attraverso l’esperienza, ma mi sono resa conto che ho meno paura. Mi spiego: ho sempre paura di beccarmi ‘sto virus o che se lo becchi qualcuno che mi sta a cuore, ma ormai la paura ha creato una routine di sicurezza che mi è diventata abbastanza famigliare, come sentirne parlare, disinfettare e lavare, portare la mascherina, non toccarsi la faccia, insomma quelle cose che ti dicono continuamente di fare, ormai le faccio con più fiducia, con la speranza che se farò e faremo quello che è necessario, prima o poi potremo smettere.

A proposito di smettere: ho deciso di smettere di leggere tutte quelle cose passivo-aggressive che sembra ti vogliano elevare a uno stato superiore di resilienza e invece non fanno altro che farti venire la depressione. Niente sarà più come prima! Avremo una nuova normalità! Il mondo così come lo intendiamo è finito, clicca qui per scoprire come essere nuovamente felice… boh, a me sembrava un mondo di merda anche prima.

Poi mi sono resa conto che a volte dire “Ok” alle cose ci risparmia un sacco di fitte al fegato: incontrare quotidianamente le critiche di tutti contro tutto mi ha permesso di abbracciare senza rimpianto il famoso mantra degli Alcolisti Anonimi, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, eccetera eccetera.

Poi ho letto una frase bellissima di Italo Calvino, grazie al mio amico Manu, che dice così:

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

E ho deciso che la risposta alla mia domanda ce l’ha Los Angeles.

(to be continued)
LdC

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