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Diaz è un brutto film.

14 Aprile 2012


Diaz è un brutto film perché un film sui fatti del G8 di Genova non può essere bello. Deve far sentire male, deve mostrare l’orrore e il disgusto e la brutalità, deve essere indelicato, fastidioso. Deve anche un po’ farci vergognare.

Diaz è un pugno allo stomaco, ma che non finisce poco dopo il primo impatto: lascia in bocca il sapore del sangue, misto al rigurgito di impotenza che resta addosso anche molte ore dopo, di sicuro per il giorno successivo.

Io non sono, di base, una facinorosa o una che difende a spada tratta e a prescindere uno schieramento o un ideale politico: da sempre mi sono posta domande, ad esempio, sull’effettiva partecipazione e spinta motivazionale di Carlo Giuliani, a volte ho provato un senso di smarrimento di fronte alla sua beatificazione da parte di alcuni, per cui non penso mi si possa tacciare di faziosità.

E so perfettamente che i poliziotti sono anche quelli che accompagnavano il Giudice Falcone.

Però mi sono sentita male ed ero talmente annichilita che non riuscivo a sfogarmi con le lacrime. Guardando il film, tratto dagli atti processuali e molto poco romanzato, avrei voluto tornare a quei giorni per poter cambiare idea e non limitarmi a seguire la manifestazione da casa. Avrei voluto esserci, per aiutare, per denunciare…

Ma soprattutto c’è una domanda che, da blogger, mi sta rimbalzando nella mente da ieri: nel 2001 avevamo Indymedia e poco più. Fondamentalmente, specie in Italia, la Rete non era diffusa come oggi. Poiché i responsabili di questo massacro (che, con le dovute differenze e senza offendere nessuno, mi ha ricordato i campi di concentramento) sono a tutt’oggi in servizio, con l’espansione dei social media e con l’affluenza di persone che nel 2012 potrebbe raggiungere una manifestazione come questa, quante vittime -fra innocenti e lavoratori della Rete- rischieremmo di contare, considerando reporter indipendenti, videomaker, tutti coloro che fanno controinformazione?

Sedicenti tutori dell’ordine che covano rancore da oltre dieci anni, potrebbero essere in grado di sterminare una mezza generazione di comunicatori, solo per il gusto di farlo, o per una nuova scelta scellerata di qualche Alta Sfera della (in)Giustizia.

Il film è senz’altro da vedere, subito seguito da una birra con gli amici per sentirsi un po’ meno soli.

LdC

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  1. poco romanzato? il nonno che dorme alla diaz è da romanzo cuore. è un film brutto, sono d’accordo, ma nel senso cinematografico del termine. non dice nula su quello che è successo, accende la miccia sulle violenze (sai che coraggio che ci vuole a far vedere quello che si sa da dieci anni) ma di responsabilità politica e di sistema non se ne parla proprio. e allora a che serve questo film? a fare cassetta? forse sì.

  2. Ma io credo che faccia vedere quello che si sa da dieci anni perché è basato sui documenti di inchiesta. Cioè, cose nuove non se ne sanno (almeno non le sappiamo noi che non c’eravamo).

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