un po' di sano cinismo

Giornalismo, fuffa e WTF.

4 Dicembre 2012

Di questi giorni la notizia che una sedicente fashion blogger sembrerebbe essere stata accusata di appropriazione indebita di un certo valore di merce proveniente da alcune case di moda che la mettevano a disposizione in occasione di eventi e sfilate; cosa che sui social network ho liquidato con un invito generale ad andare a raccogliere i prodotti della terra che marciscono nei campi, ma mi rendo conto che forse l’analisi fatta in prima istanza -seppur giusta- era un po’ troppo superficiale.

Innanzitutto, scusate se uso la parola notizia -che ogni giorno sentiamo associata ad accadimenti come l’assegnazione del premio Nobel, il protocollo di Kyoto, i diritti civili e cose così- per definire lo schiamazzo di fuffa che parla del proprio ombelico al proprio ombelico, per cui fuffa al cubo, ma scrivo questo post di getto e non mi soffermo a cercare un sostantivo più adeguato (edit: ripensandoci, cacca).

Nel panorama informativo di una nazione che somministra  le peggiori puntate  nazionalpopolartrash di trasmissioni pecorecce, farcite di vip noti solo al proprio condominio, come espressione di intelligenza e talento naturale, sinceramente si sentiva la mancanza di una nuova ondata di giornalismo -o spaccio di minchiate sarebbe forse meglio definire- pronto ad intasare la rete con questo genere di offesa all’intelligenza spacciata per informazione. Sentire l’improcrastinabile necessità di raccogliere le testimonianze di sgomenti fashion blogger che, dallo sconosciuto pulpito del proprio ignoto mondo (giuro, gente mai sentita prima), si dichiarano scandalizzati da questo improvviso Sbatti il mostro in prima pagina che va ad offendere e intaccare la credibilità di tutta la categoria.

«La categoria delle fashion blogger dà fastidio a qualcuno?» ci si domanda. Ma per fortuna ci si risponde anche subito perché «grazie a loro ho capito cose che non sapevo».
(cosa? Come separare i bianchi dai colorati?)

Ora, cari tutti i miei attori coinvolti in questo teatrino, io ve lo volevo dire che le categorie sono altre cose. Ci sono le categorie di professionisti, ci sono le categorie di attività, ci sono le categorie nello sport, ma vi garantisco che sin dalla notte dei tempi, il Vuoto Assoluto non ne ha mai fatto parte. Non siete una categoria, non siete professionisti. Vogliamo fare nove su dieci per non generalizzare? Bene, in nove casi su dieci siete gente che si fotografa con la bocca a culo di gallina in abiti prestati da qualche azienda o comprati con le proprie paghette. Non dico che non dovete farlo, ma prendetevi un po’ meno sul serio perché la gente vi ride dietro.

Se ci fate caso, quelli che parlano di voi come se davvero contaste qualcosa non sono proprio giornalistoni blasonati e voi, d’altro canto, non siete quelli che contano davvero nel settore in cui credete di contare. Stiamo parlando di altri livelli, della-vita-reale. Fateci caso: se arrestano un qualsiasi Pincopallo di qualsiasi settore, non è che la gente che fa lo stesso mestiere insorge pubblicamente per dire Mette in cattiva luce tutti noi gne-gne-gne. Questo perché le persone che realmente fanno, sono impegnate a fare, non a cercare di dimostrarlo.

Di un film di tanti anni fa, bellissimo e ancora molto attuale, mi è rimasta sempre in mente una frase: sometimes I sing and dance around the house in my underwear. Doesn’t make me Madonna. Never will.

LdC

(disclaimer: risparmiate la fatica perché non è una rosicata, non miro a fare la fashion blogger, né la scrittrice, né la blogger famosa: aspiro a non dover lavorare per vivere, quindi farsi avanti solo in caso di proposte di questo genere)

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