LdC bellavita

Non ditelo a mia mamma

30 marzo 2018

Nella versione originale “Don’t Tell My Mom“: uno show che si svolge in varie città, anche a Bologna ovviamente, e si tratta (per chi ancora non lo sapesse!) di un format ideato da Matteo Caccia, voce e autore radiofonico di Radio2 durante il quale chiunque può salire sul palco, prendere il microfono e raccontare una storia.

Cito, testuale: un aneddoto, una bravata, uno scampato pericolo, un pezzetto della propria vita che è rimasto addosso, impresso, indimenticabile. Bello o brutto, drammatico o stupido, vergognoso o valoroso. Non importa, basta che sia una storia da regalare al pubblico: un vero e proprio storyshow alla portata di tutti. Due sole le regole: 1) la storia deve essere raccontata, non letta; 2) non deve durare più di 10 minuti.

Ci vanno le persone famose, Bortolotti! Cosa c’entri tu?
E invece pare che la mia presenza sia gradita, tiè.

Per cui, bando alla mia logorrea, lunedì 30 aprile vi racconterò in soli dieci minuti una sordida storia di gite a Roma e di politici della Prima Repubblica.

Ma i più attenti di voi ricorderanno che non è la prima volta che mi capita di salire sul palco del Don’t Tell (ari-tiè): lo scorso novembre, infatti, ho intrattenuto i presenti con il racconto di una vacanza alcolica negli Stati Uniti, di cui temo non ci sia un video ma io che sono una ragazza previdente, ho conservato i miei appunti.
Per cui, se vi va, leggeteli… sono proprio qui sotto :)

LdC


Eccomi ciao a tutti, mi presento velocemente: Daniela Bortolotti, come dice la mia bio che avrete senz’altro letto sull’evento, bolognese doc, trentenne più IVA per un totale di 41 anni. Scrivo, leggo, lavoro, copy, social media, quelle cose lì.

Sono una bravissima ragazza.
Sono la luce degli occhi dei miei genitori, avete presente quelle figlie di cui andare fieri, che non deludono mai, che danno sempre retta, ecc ecc.
DIFATTI
Quando mi hanno chiesto di partecipare a Don’t tell My Mum per raccontare qualcosa che non avrei mai avuto il coraggio di confessare a mia mamma, sul momento ho pensato: NON ESISTE.
Io coi miei genitori ho un rapporto splendido, ci frequentiamo, ci divertiamo, con mia mamma ci scriviamo su Facebook, per dire.
Mia mamma conosce il 100% dei fatti miei, ho sempre pensato.
Ma riflettendoci meglio…

Fra i tanti valori e passioni che mi hanno trasmesso i miei c’è l’amore per i viaggi negli Stati Uniti, è proprio una cosa profonda, su cui non mi dilungo perché rischierei di ammorbarvi con delle romanticherie sul popolo americano e sulla Terra delle opportunità, diciamo che ai fini del racconto vi basti sapere che appena ho due soldi che si imbussano l’uno con l’altro io mi faccio una vacanza negli States. Diciamo anche che le mie scorribande più recenti in terra americana hanno riguardato compagnie diverse: fidanzati, ex fidanzati, filarini, amici, nello specifico la mia amica Lidia, che è una pazza come me e basta dirle la destinazione e l’ora del check in e si presenta col biglietto in mano (per questa e molte altre cose io ti amo, Lidia, sappilo).

Viaggio negli Stati Uniti con Lidia, on the road, due anni fa, partenza da Chicago con l’obiettivo di seguire in auto il Mississippi fino a New Orleans, tipo Thelma e Louise possibilmente senza il finale brutto. Visitiamo tutte le città che volevamo visitare: Chicago appunto, St. Louis dove non ci facciamo mancare il toro meccanico, Nashville perché io sono fan della serie tv e ci tenevo, stupenda… arriviamo a Memphis, facciamo un giro ma tutto è un po’ deludente quindi passiamo subito oltre,
“PARTIAMO E VEDIAMO SE RIUSCIAMO A FARE TUTTI I 700 E PASSA KM E ARRIVARE A NEW ORLEANS”.
Chiaramente ce la facciamo, la Lidia si sdrena alla guida, attraversiamo luoghi splendidi e indefinibili come il paesino di frontiera dove facciamo un leggero spuntino a base di bisteccona marinata nel Bourbon, e finalmente arriviamo a New Orleans che è tipo mezzanotte. Ah sì, durante il viaggio su Booking prenotiamo un hotel bettola filtrando i risultati per “Il meno caro”. Finiamo infatti a dormire in un posto bellissimo ed esotico che sembra Viale Tito Carnacini.

Arriviamo in stanza, palese scena di un crimine sufficientemente ripulita, molliamo le valigie e cosa facciamo? è notte, siamo nel viale Tito Carnacini di New Orleans, tipo che il French Quarter è a venti miglia da noi, andiamo a letto a riposare? OVVIAMENTE CI FIONDIAMO FUORI ALLA RICERCA DI UN DRINK.

NOTA BENE: ai miei genitori avevo più o meno garantito che non saremmo mai uscite la sera perché due donne, sole, tanti malintenzionati, siete lontane da casa, ecc ecc seguono raccomandazioni varie e io NO FIGURATI MAMMA, POI SAREMO STANCHE, ANDREMO A CENA E POI A LETTO. Certo.

Usciamo su Viale Tito Carnacini e vediamo due bar di fronte a noi: uno carino, shabby chic con le luci soffuse, le cassette di legno sbiancato e i calici appesi, molto cool. L’altro, sgangherato, con delle imposte di legno dipinte sui toni del verdino, e una enorme, coloratissima bandiera arcobaleno che sventola. OVVIA SCELTA. Finiamo così in una nottata di karaoke e drink di colore blu, ci facciamo duecento amici nuovi, rigorosamente tutti gay, che ci chiedono se siamo sorelle o se siamo sposate o se siamo cosa, noi ridiamo, beviamo, fumiamo delle gran paglie (IO AVEVO SMESSO DA 12 ANNI) e ci ricordiamo tutto solo perché vediamo le foto nel telefono il giorno successivo (per chi le vuole vedere, le ho), dei ricordi in diretta solo spezzoni di musica, della drag queen che gestiva il karaoke, dei proprietari del bar che “amavano l’Italia perché al loro primo appuntamento sono andati al cinema a vedere Il diavolo veste Prada” (WTF?!!?)

Chiaramente, una delle serate migliori della mia vita (e io, a differenza di quel che crede mia mamma, non sono una che sta molto in mano). QUINDI… Non dite a mia mamma che la sua figlia perfetta le ha disubbidito e quella sera a New Orleans è tornata in stanza veramente piegata a metà. E ha pure fumato delle paglie. E si è divertita tantissimo.

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